M&G for Coaches: intervista a Simone Mencaccini

E' un Simone Mencaccini disponibilissimo a parlare a tutto campo quello che abbiamo avvicinato sabato al termine dell'incontro formativo dedicato ai nostri allenatori sul tema della preparazione fisica.
Tra passato, presente e futuro è stata davvero una chiacchierata interessante, ve la riproponiamo...

Simone, cosa t’ha spinto ad accettare l’invito M&G Videx?
Il primo motivo è che conosco Massimiliano Ortenzi ed ho avuto un rapporto di lavoro con lui per diversi anni, dal quale è rimasto un bel rapporto di amicizia. Ho apprezzato molto il suo invito perché è importante che aumenti la considerazione in merito alla preparazione fisica nel volley, è un aspetto fondamentalmente ancora poco trattato e poco considerato nella pallavolo. Il livello di preparazione fisica è ancora troppo indietro rispetto al basket o sport in cui la figura del preparatore atletico è sempre esistita.

 

Vista la tua grande esperienza all’estero, cosa t’ha colpito rispetto a lavorare in Italia?
Come in tutte le cose ci sono aspetti positivi e negativi. Di negativo, per me, c’è stato il peso di lasciare una famiglia in Italia. Quando vai all’estero poi ti devi adattare alle loro usanze e abitudini, sei tu che porti il lavoro e la conoscenza, ma devi rispettare il loro modo di vivere che è sicuramente diverso. Un  aspetto positivo è quello che la tua persona cresce molto in un’esperienza all’estero.

 

Torneresti a lavorare in Italia? Magari in quale posto?
Tornerei certamente. Ogni volta che torno in Italia sono alla ricerca di lavoro, proprio per riavvicinarmi alla mia famiglia che è a Fano. Fino a poco tempo fa stavo cercando squadre in Italia. Un aspetto positivo dell’estero è il lato economico, sicuramente: in Italia è un brutto momento e la figura del preparatore non è molto considerata, per cui le società, sempre a corto di budget, non investono su una figura come quella.

 

Cosa vuol dire preparare fisicamente una squadra maschile e una femminile? Quali differenze a parte i carichi.
Ci sono senza dubbio obiettivi diversi, a livello di caratteristiche e caratteriali. Ma quando si ha a che fare con professionisti si lavora sempre volentieri. Tutti e due hanno aspetti negativi e positivi, nel mio lavoro però devo sempre dimostrare di conoscere ed essere all’altezza di ciò che faccio. Solo così puoi ottenere la stima dei tuoi giocatori.

 

Il tuo curriculum parte da una carriera come giocatore, poi come allenatore entrambi ad alto livello. Ora la tua carriera da preparatore: cosa t’ha spinto a cercare ogni volta nuove esperienze?
Ho cominciato a giocare a pallavolo a 6 anni, posso quindi dire che questo sport è nel mio DNA.
Come giocatore ho provato ad arrivare più in alto possibile e grazie a qualcuno che ha inventato il ruolo del libero sono riuscito a fare una stagione in serie A. Lì ho capito che questa cosa non faceva per me e mi sono dedicato a fare l’allenatore perché fondamentalmente la mia passione è sempre stata quella di lavorare coi giovani. Coi giovani non sei solo un allenatore ma soprattutto un educatore. Visto che da giocatore ormai non sarei potuto crescere più di tanto, ho cominciato con l’obiettivo di allenare, con la voglia di crescere i ragazzi.

Dopodiché ho avuto una serie di brutte esperienze, legate alla conoscenza di un modesto 10% di genitori che mi ha portato via la motivazione di lavorare coi loro figli.
Il tema della preparazione fisica era una cosa che aveva sempre destato il mio interesse, poi è stato Luca Moretti ad aiutarmi a capire fino in fondo che fare l’allenatore ed il preparatore allo stesso tempo era cosa veramente difficile. Da lì mi sono deciso a fare questo “salto nel vuoto” con l’obiettivo di fare il preparatore di settore giovanile, con la speranza stavolta di evitare pressioni da parte dei genitori.